martedì 8 dicembre 2015

una recente recensione del mio ultimo romanzo "E fu sera e fu mattina"

http://www.aphorism.it/UserBooks.aspx?iid=1014

E fu sera e fu mattina


editore: Intermezzi Editore
pagine: 61
prezzo: 2.99 €
Una storia d'amore - quello intenso di una madre per sua figlia - ma pure di tenebra, che arriva al lettore sin dal suo titolo, così dolorosamente sospeso. Un racconto lungo o romanzo breve che dir si voglia, questo di Daniela Rindi, che tiene in ansia il lettore e lo trascina fino alla sua conclusione. L'ho letto d'un fiato e lo recensisco con piacere, anche se non sono un'amante del genere 'noir'. Ma, in questa pagine, devo dire, c'è davvero di più. Protagonista è, infatti, la fredda solitudine di Irene e Marta, una 'solitudine urbana', disamorata, tipica del nostro tempo liquido. Il loro destino - che pare segnato - si snoderà tra le pareti di un piccolo appartamento mal arredato, chiuso come una monade al mondo esterno, che dovrebbe proteggerle e che, invece, si trasformeà nella loro prigione.
In giornate come tante altre, che scorrono tra tenerezze e mortificazioni, una madre e una figlia cercano l'equilibrio possibile all'interno dell'affetto che le lega. Nelle piccole querimonie quotidiane (fare la spesa, preparare la cena, lavarsi, dormire l'una accanto all'altra), provano a rifare il proprio mondo e cercano una rinascita possibile. Sono pagine di una sfinita dolcezza, che la Rindi traccia con nitore e malcelata compassione. Il quartiere che fa da sfondo alla vicenda è uno tra i tanti: periferico, grigio, affogato nel cemento, imbruttito da palazzi orribili, abitato da fantasmi in cerca di sopravvivenza. Non sveleremo, qui, la trama del racconto, peraltro molto ben costruito. Diremo, piuttosto, di ciò che la storia sottende, di quanto la vita possa sottrarre alle persone. A Irene e Marta è negato l'affetto, il calore, la minima comprensione umana: si pensi, tra le altre, alla figura della nonna, alla sua durezza e incapacità di amare. Davvero nessuno si salva da solo, questo credo sia il senso dell'opera di Daniela Rindi. Nel nostro tempo nichilista, che non riconosce spazio ai sentimenti profondi e ai sogni, non può esservi che il deserto, un deserto assoluto e senza speranza, a cui solo qualcosa di tremendo - quasi un ultimo atto d'amore - può sottrarci.
recensione di Tullia Bartolini


lunedì 12 maggio 2008

Non necessariamente…


Una luce naturale, mattutina la illumina tenuemente, lasciando trasparire guizzi di pagliuzze dorate. Di colore marrone scuro, dalla forma ondulata e cilindrica, leggermente attorcigliata, piuttosto immobile. Il suo odore penetrante e pungente mi comunica la sua freschezza, l’attimo della sua avventata e furtiva apparizione, il suo calpestamento causa un irritato suono cadenzato...c a z z o! Il contatto molle e tiepido, leggermente umido con la parte inferiore del mio corpo risveglia il mio olfatto intorpidito. La sua vista mi rimanda a una suggestione di gusto, tutt’altro che gradevole, piuttosto acido e stomachevole, provocando contrazioni addominali involontarie, che mi costringono a una repentina ritirata in bagno. Mentre distinguo chiaramente i resti della mia recente colazione, galleggianti sul fondo della tazza, dai colori e densità variabili, la mente mi rinvia a un’immagine, che si materializza affianco a me, all’altezza del mio naso…due lunghe orecchie, la lingua a penzoloni, una coda riverente e uno sguardo per nulla malevolo, che mi risveglia un profondo senso di colpa. Se solo la memoria si focalizzasse alla sera precedente, capterebbe il ricordo della mia dimenticanza, ottenebrata da effluvi alcolici e da una stanchezza artificiale, causata da un volontario e tardivo ritorno a casa. Non posso biasimare il mio irriguardoso ma fedele compagno, se davanti al mio bieco e cieco egoismo, abbia deciso di violare una regola ferrea per salvaguardare la propria salute, ascoltando e assecondando le sue esigenze corporali. Raccolgo i resti di me stesso e quelli di Sansone lasciati ritmicamente lungo il corridoio, ormai divenuti di forma pianeggiante, quando dietro l’angolo…di colore marrone scuro, dalla forma ondulata e cilindrica...allora quell’altra?

venerdì 28 marzo 2008

Orgoglio

"Una nube di fumo, tutti che scappano, non si vede nulla, i lacrimogeni della polizia, la paura, io per mano a mio padre cercando una via d'uscita". Stavano reprimendo una manifestazione all'arena di Milano. Avrò avuto non più di dieci anni. La mia vita inizia lì, appesa a quella mano, il ricordo più chiaro della mia infanzia, appena sbocciata. La memoria successiva slitta alle elementari, alla scuola "Ruffini", famosa per essere affianco al grande affresco di Leonardo "Il Cenacolo”, ma allora non c'erano ancora le file dei giapponesi fino a Corso Magenta. La maestra Gigliola Fusi mi teneva in considerazione, non perché la più brava, ma perché la più bizzarra. Sapevo stupirla. Una volta diede un compito: riempire due facciate del quaderno di "o". Stavo in casa, davanti alla televisione, non ne avevo voglia; mia madre non era certo attenta ai miei compiti, erano altri tempi, i figli erano in mano alle istituzioni, di cui gli adulti si fidavano ciecamente. Non come adesso con i genitori allertati da presunte o reali accuse carnali. Ero poco interessata alle tristi "o" e volevo vedere i cartoni. Mi misi a disegnarle sempre più grosse, fino ad occupare tutta una pagina, quattro "o" in un'unica facciata. Il giorno seguente a scuola subii la prima umiliazione; il mio quaderno fu gettato in aria in mezzo alla classe. Avevo esagerato. Silenziosamente lo raccolsi e mi rimisi al posto. Avevo capito che c'era un limite all'accettazione dei diversi, non dovevano andare troppo sui coglioni! Ne feci tesoro. Fui promossa in quinta rispondendo a tutte le domande e portando a termine lavori manuali, quale un pallosissimo rosario in creta e un ricamo a punto croce, che ho ancora appesi nella camera della mia infanzia. A pieni voti, riscattandomi, mossa dall'orgoglio. Da lì alle medie fu un salto. I miei genitori avevano la mente aperta, tanto aperta da fidarsi di un esperimento didattico al Conservatorio di Milano. La scuola si sarebbe unita, in via sperimentale, all'Istituto dei Ciechi del Conservatorio e il caro maestro Abbado sarebbe stato a guardare, come uno scienziato crudele. Entrai timidamente, indossando una triste gonna di loden, che mia madre amava tanto. Già il primo giorno mi accorsi della mancanza di regole; fui immediatamente presa in giro, perché vestita troppo bene. Il primo quadrimestre la mia pagella aveva dei bei voti ma un giudizio pessimo sulla mia persona: "La ragazza non è inserita, fatica a socializzare, anche se ha buoni rendimenti". Presi in mano la situazione, alla lettera. Abbandonai i rendimenti e mi dedicai al lavoro di leader. Le lezioni, gestite da me, finirono per essere un gioco a nascondino, e l'ora d'italiano un giro a bottiglia. Le insegnanti si susseguirono, alla ricerca di chi sarebbe riuscito a sottomettermi. Per non parlare dei non vedenti, vittime innocenti, ai quali schiacciavo i puntini del brail per non farli più leggere, finendo con lo spintonarli giù dalle scale. A livello personale fu un successo. In tempo breve fui colei che poteva comandare di infilare un cucchiaio nel culo al secchione della classe. Secondo quadrimestre: "La ragazza ha avuto un calo di rendimento. Il suo inserimento è però completo, mostra chiari segni d'attitudine al comando". Non fu un esperimento riuscito, come scuola, ma il mio orgoglio ne uscì ancora vincitore. Il resto fu un disastro. Ma fu lì che conobbi Giulio Comello, capelli lunghi biondo platino, costantemente spettinati, jeans a zampa, maglioni larghi; una pippa a scuola, chi di noi non lo era a quell'età, a parte il solito secchione. Giulio era bello e dannato; un leader! Ci intendemmo subito, ma era troppo convenzionale accettarsi. Agli occhi degli altri non potevamo amarci, dovevamo essere di tutti, concederci, non eravamo autorizzati ad essere una coppia, era antipolitica, faceva fascista. Ci amavamo facendo finta di niente, soffrendo la mancanza d'intimità. Alle feste dovevamo baciare tutti indistintamente, per non mostrare preferenze, distaccati, per essere superiori, ma soffrivamo da morire osservandoci fare lingua in bocca, con degli sconosciuti. Ogni manata, ogni palpata nell’intimità, una tortura; ogni sorriso, un equivoco. Sapevamo di amarci, ma non era quello il tempo e il luogo. Era figlio di un attore, questo me lo avvicinava ancora di più. Io ero figlia di un impresario teatrale, sempre in tournée e troppo assente per aver voglia, una volta tornato a casa, di mettere la testa nei miei problemi, e di una madre sempre e solo accompagnata da bicchieri di Lambrusco e dischi di Aznavour. Una sera, mentre io e mio fratello eravamo a letto, sentimmo un botto nel bagno. Era caduta sbattendo la testa sul bordo della vasca: aveva le mani insanguinate e lo sguardo stravolto dal dolore. Matteo ed io, la guardammo nascondere la vergogna e la perduta dignità. Ci cacciò via in malo modo. Ancora adesso odio Aznavour. Giulio fece una festa nella sala prove di suo padre. Tutta la classe partecipò. Giocammo ad uno strano gioco, tipo palla prigioniera. La fila dei maschi al centro doveva catturare una delle tante femmine che tentava di raggiungere la sponda opposta e s'invertiva. Io facevo di tutto per cascare tra le sue braccia, per essere presa, catturata, per godere di un momento d'intimità ammesso, o anche solo mascherato. Lui faceva lo stesso, fino a che una voce gelosa tra gli invitati: "Scusate, ma se Giulio voleva fare una festa solo con Elisa, poteva avvertirci!" E tutto finì. Giulio non avrebbe rinunciato mai al suo ruolo di leader, e poco dopo mi lasciò. Fu difficilissimo per me, incassare il colpo. Tutte le mattine lo vedevo in classe flirtare con le altre, indifferente al mio cuore attorcigliato. Un giorno, però, intuii la verità. Mentre eravamo in cerchio a cantare tutti insieme una canzone di Battisti, "La canzone del sole", incrociai il suo sguardo; aveva continuato ad osservarmi da lontano, era ancora innamorato! Approfittai subito della situazione e come la perfida Medusa lo marmorizzai, fidanzandomi col suo migliore amico, Nicola. Mi trasformai nella perfetta innamorata, sempre attaccata a lui, ostentando baci scandalosi e attenzioni da geisha, esibendomi in provocazioni di ogni genere, un metodo efficace per guarire il mio orgoglio ferito. Giulio non venne più a scuola. In questo modo, forse, mi stava mostrando la sua indifferenza. Mi sentii una stupida, come avevo potuto sperare di riconquistare uno come lui con dei giochetti da bambina! Lo avevo perso. La mia vita cambiò, avevo dei solchi profondi nell'anima, come i miei sensi di colpa. Mi diedi alla politica, come può fare una quattordicenne, con la convinzione scaturita più dall'appartenenza ad un gruppo, che personale. Erano gli anni di piombo, Milano era una pentola a pressione. Bastava un niente per farla esplodere. Avevano appena ammazzato Fausto e Iaio. Andai a quella grossa manifestazione, motivata dalla rabbia, dallo sdegno, dal disprezzo. Tanta gente, tanto fumo, tanta polizia che librava nell'aria i manganelli come fossero birilli da circo. Io che scappavo cercando di mettermi in salvo. Fu lì che vidi tendermi una mano, era Giulio, bellissimo, con un fazzoletto sulla faccia, brandiva un grosso bastone di legno. Mi guardò negli occhi, mi afferrò forte e iniziò a correre, facendosi largo a bastonate. Il cuore mi batteva impazzito. Riuscimmo a superare le camionette infernali, dove a caso venivano rinchiusi i nostri compagni e ammazzati di botte. Continuavamo a correre, via da lì, senza più fiato, per poterci ritrovare, abbracciare, finalmente amare davanti a tutti. Un sibilo, non so da dove, mi passo sopra l'orecchio, improvvisamente il silenzio intorno, mi immobilizzai, il corpo di Giulio che si accasciava al rallentatore. Io che continuavo a stringerlo. La mia vita finiva lì, appesa a quella mano, il ricordo più chiaro della mia adolescenza, per sempre spezzata.

mercoledì 27 febbraio 2008




... En la distancia creas mis dudas, me enfado con el tiempo que no quita el ojo a mi presencia... Siento celos de aquello que aún no has derramado en mis labios... y para tí todo esto no es más que un problema que me han creado... y en horas no se donde esconder mi rostro... no se donde alojar mis sentidos... nos separa una delgada línea imaginaria que no deja rozar nuestras ilusiones... voy creando montañas con mis miedos... y aunque no lo creas intento despejar esta niebla tan intensa... esta niebla que no facilita mis huellas en el camino... Y quiero decirte que eres como una mezcla de olores que jamás mantuve en mi cuerpo... como una ilusión óptica que jamás podré alcanzar... desearla como más quisiera... pronunciarla como mi alma necesita... y no solo mis defectos forman parte de lo que soy... y al escribir esto me da por pensar en mi madre... ¿Porque ella me quiere como lo que ve?... ¿Porque no puedes admitir a mi persona del mismo modo?... y en este momento deseo esconderme de todo el mundo... deseo desaparecer por momentos... y el único acto es recostarme en la cama y dejar pasar las horas... y sí, como bien dije, esconder mi rostro... barrer mis errores, mis fallos, mis defectos, como bien se quieran llamar... esconderlos sin armar mucho ruido... descansar de aquello que tanto taladra mi cabeza... Y siento frío... siento necesidad de acurrucar mis motivos por los cuales Te Quiero... de dar calor a lo que en este momento nadie me puede dar... susurrar a mis sentidos como cuando te encuentras a mi lado... y dejare pasar estas horas tan confusas... esconderé de nuevo mi cabeza bajo estas sabanas tan frías... dejare que la luna me desvele con quien sueñas esta noche... dejare que su luz no enfríe a mi soledad....

lunedì 18 febbraio 2008

... Renazco de luces cálidas que reflejan mi delicadeza... Me reflejo en tu mirada, asustando a mis temores... y me rodeas con tus brazos intentando calmar mi temblor... y quizás podría ser algo mas soñado que real... la pantalla de mi móvil se llena de mensajes que pocas veces leeré... pienso si es aquello cierto... pienso si todo esto es cierto... y si realmente aquí hay algún juez que nos de la razón... Cierro los ojos y recuerdo estas situaciones como cuando me encontraba en el patio del colegio con mi Baby a cuadros... y cien niños a mi alrededor chillando, llorando, por sentirse como en una prisión... Y todo a mí alrededor da la sensación que da vueltas... todo a mi alrededor gira ... Y la luz del sol enseguida bofetea este lado de mi cara y deja ver los fallos de mi rostro... y tu no estas aquí para verlos... se me permite caer en suelo poco mullido, en asfalto solitario y sediento, donde solo desprende calor... dejo que mi cuerpo se deshidrate, que el viento se lleve aquello que nadie quiere... Mis ojos sin pestañear, con sed de lágrimas que un día ya derrame... mis labios agrietados, resecos de Amor, deseando ser besados.... deseando ser acaramelados... Y despierto de esta pesadilla que tantos días cubre mi ser... En que momento acabara esta guerra que aun no se cuando comenzó? ¿... Cuando recuperare mis siete vidas, aquellas que regale sin dejar nada a cambio... Cuantas horas me quedan por finalizar este camino? ¿... Y que es aquello que encontrare al final de el...

venerdì 15 febbraio 2008

Figlio della luna

Venivo da Milano, avevo poco più di vent’anni e facevo l’attrice. Costretta a stare per lunghi periodi nella capitale, a causa delle prove, decisi di trasferirmi definitivamente. Cercare casa non era facile, gli affitti non erano alla mia portata, perciò tergiversavo approfittando delle amicizie, girandomi tutti i quartieri di Roma. Quella volta abitavo in vicolo dei Serpenti, la casa era dell’amica di una mia amica, in pratica una sconosciuta, anche lei attrice, ma molto più grande di me. La sera che arrivai, le dieci circa, mi accolse frettolosamente, mi fece vedere il letto e scappò via, urlandomi che non c’era niente da mangiare. Sbatté la porta. Buttai la borsa sul letto e comincia ad accusare il digiuno. Andai ad aprire il frigo, solo per curiosità, naturalmente. Due uova sode, una ciotolina di patate lesse, coperte con attenzione dalla pellicola trasparente, uno yogurt magro, un avanzo di burro. Anche se avessi potuto, non mi sarei fatta deprimere ulteriormente. Decisi di andarmi a comprare una pizza. Nel vicolo notai subito molta sporcizia, per terra siringhe, bottiglie e il cassonetto stracolmo. Le facce degli sconosciuti rovinate dall’indigenza, o dalla disperazione, o da entrambe, le donne erano, per lo più, puttane. Mi preoccupai dei miei ritorni a casa, la sera tardi dopo lo spettacolo. Mi feci fare una pizza tonda, in una pizzeria deserta, con le pareti ammuffite e l’aria che puzzava d’olio rancido, però il pizzaiolo era simpatico. Mi fece le battute da copione sul mio accento e mi raccontò del solito parente trasferito a Milano per lavoro. “Come si lavora bene là, ma la città, il tempo…”. Sì lo so, anch’io odio Milano, non solo per questo. Milano si odia e basta. Presi la pizza e andai a mangiarmela a casa. Era poco illuminata, due finestre davano sul vicolo, mentre quelle della cucina, camera e bagno, si affacciavano su un piccolo cortiletto interno, da dove si potevano lavare bene i panni sporchi dei vicini. Fu dalla cucina che assistetti alla scena. Iniziarono ad urlare, lui la insultava pesantemente, lei si difendeva piangendo, lui le tirò uno schiaffo, e lei gli sputò in faccia. “Sei una puttana, questo non è mio figlio!”. Lei aveva un bambino piccolissimo in braccio. “Sei un porco, come fai a pensare una cosa simile, schifoso!” Lui accecato dall’ira, continuava a negare, ad accusarla di tradimento, “Lui è biondo, troia!”. Lei si agitava, noncurante del bambino, strattonandolo, se avesse potuto lo avrebbe gettato dalla finestra. Non poteva difendersi. Lui approfittò, l’afferrò e le affondò la lama di un coltello nella pancia. Urlai, la pizza mi cadde per terra, non sapevo cosa fare, altri vicini si affacciarono e cominciarono ad urlare anche loro: “Chiamate la polizia, un’ambulanza! Presto!” Non avevo la minima idea di quale fosse il numero. Completamente nel pallone, incapace, inerme, frustrata, arrabbiata, non potendo aiutare quel neonato. La notte passò insonne, molta gente, macchine della polizia, ambulanza, chiacchiere, interrogatori. La mattina dopo, scesi per andare a bere un caffé, ero molto stanca, la strada era tornata silenziosa e io non riuscivo a togliermi dalla mente quella scena. Guardai il cassonetto, era stato svuotato, come il cuore di quel bambino.